“la più umana delle vittorie” che pochi conoscono

Manfredo Occhionero

12 Gennaio 2024 | Sicurezza sul lavoro | 0 commenti

Nella nostra storia nazionale ci sono tante storie.

Questa che vi racconto è nota a pochissime persone ed è un gran peccato. Quindi, se volete, mettetevi comodi che iniziamo.

Nel 1872 dopo una lunga trattativa fatta di accordi internazionali, valutazioni, progettazioni tecniche e gare di appalto, iniziarono i lavori per la costruzione del tunnel ferroviario del Gottardo che avrebbe messo in comunicazione il Canton Ticino e il Cantone di Uri in Svizzera.

Dopo circa dieci anni di lavori, il progetto venne concluso e la galleria entrò in funzione.

Sono oramai passati più di 150 anni che rappresentano un lasso di tempo insignificante nella storia dell’uomo eppure, e lo sappiamo bene tutti, corrispondono ad un’intera era geologica se consideriamo il progresso che abbiamo avuto in ogni ambito: dalle telecomunicazioni ai trasporti, dalle scoperte mediche e scientifiche alle comodità nelle nostre case.

Fortunatamente, anche in ambito salute e sicurezza sul lavoro, parliamo di un’epoca lontana e quasi inimmaginabile.

Proviamo, comunque, a fare questo sforzo e andiamo a ricostruire nella nostra mente le condizioni di lavoro in questo mega cantiere.

Partiamo da una considerazione generale, anche per inquadrare meglio il periodo storico nel quale si svolsero i lavori: nel 1872, l’aspettativa di vita alla nascita (intesa come media fra uomini e donne) nel nostro paese era minore di 30 anni, si avete capito bene: trent’anni (29,7 per l’esattezza). Tanto per rendere bene l’idea, l’ISTAT ci dice che nel 2023, questo dato è pari a 80,5.

Perché ho preso in considerazione l’aspettativa di vita in Italia per un cantiere svizzero? Perché delle migliaia di lavoratori impiegati il 94% era italiano, un altro 3 % di lavoratori era trentino quindi all’epoca “tecnicamente” austriaco e il restante 3% era composto da personale svizzero o di altra nazionalità.

I nostri connazionali erano per lo più piemontesi, lombardi e toscani e molti di loro avevano già lavorato alla realizzazione della galleria del Frejus (scavata fra il 1857 ed il 1871).

Le condizioni di vita nei caseggiati costruiti per ospitarli erano indecenti, alcune cronache riportano la completa assenza di servizi igienici e la disponibilità di “un solo secchio di acqua lurida in corridoio per decine di persone”.

Ecco, a tale proposito, quanto scritto in un suo rapporto dal medico ispettore Jakob Laurenz Sonderegger: «Escrementi dappertutto. Nella maggioranza delle case non si può entrare. Gli escrementi vengono gettati dalle finestre perché per duecento persone non c’è un bagno. Il pavimento non è solo nero ma sporchissimo. Vestiti appesi da tutte le parti. Finestre sbarrate…».

In poco tempo quasi tutti abbandonarono questi alloggi per cercare soluzioni abitative nei paesi limitrofi incontrando forti resistenze degli abitanti e un trattamento che definire “poco amichevole” non renderebbe bene l’idea.

Molti avevano in condivisione in tre un unico posto letto affittato nelle case degli autoctoni, dandosi il cambio fra di loro in base ai turni nel cantiere, altri trovarono alloggio nei granai e nei fienili.

Se queste erano le condizioni di vita fuori dal tunnel, figuratevi come doveva essere un turno di lavoro (dalle otto alle dieci ore) dentro la galleria.

Vi do qualche elemento per una vostra “valutazione dei rischi”:

La temperatura all’interno della galleria era costantemente di 30-35 °C.

Presenza perpetua di decine di cm. di acqua in terra, vapori pestilenziali ad altezza delle vie respiratorie, completa assenza di latrine e di acqua potabile.

Non parliamo nemmeno di DPI (per i non addetti ai lavori sono i Dispositivi di Protezione Individuali come ad esempio scarpe antinfortunistiche, caschetti, guanti ecc.). Figurarsi! molti di loro lavoravano proprio a piedi nudi.

La roccia veniva scavata a mezzo di dinamite e di demolitori pneumatici; avete idea di quanta polvere, quanto fumo (contenente fra l’altro monossido di carbonio) e calore può provocare una singola carica di dinamite dentro ad un tunnel lungo chilometri e,  per giunta, praticamente senza estrattori d’aria?

Bene, ora aggiungeteci un rumore infernale dovuto ai demolitori (non parliamo di decibel in quanto non ho reperito dati in proposito, sostanzialmente perché il rumore era l’ultimo dei problemi all’epoca), sommate le vibrazioni meccaniche e il carico di lavoro fisico davvero inconcepibile tant’è che l’età dei lavoratori era in larga parte inferiore ai 25 anni; i più “vecchi”, infatti, non ce l’avrebbero mai fatta.

Parliamo, poi, brevemente dei rischi di infortunio:

Via vai di carrelli sui binari per il trasporto di merci e materiali di risulta che si muovevano freneticamente e senza troppe regole, in un posto di lavoro scarsamente illuminato se non addirittura completamente buio per lunghi tratti.

Rischi costanti di crolli, proiezione di detriti da scavo, caduta massi e allagamenti.

Rischi legati alle continue esplosioni di mine con anche rischi di relativi incendi.

Rischi chimici per la presenza di materiale da costruzione, utilizzati senza alcuna regola di protezione, sempre senza aspirazione (se non minima) e sempre senza alcuna protezione individuale.

Vogliamo parlare di rischi da stress lavoro correlato e/o rischi psicosociali? No, non lo facciamo anche se su questi ultimi ci sarebbero da scrivere tantissime cose. Solo un accenno ad alcuni dei fattori che rendevano inaccettabili le condizioni sociali. Oltre a quanto leggerete sotto circa la gestione del personale nel cantiere, all’esterno i lavoratori avevano per lo più famiglie allo sbando per carenza di soldi, di alloggi, di scuole, senza assistenza sanitaria e non si sa quante altre privazioni che portarono, fra le altre cose, ad un alcolismo diffusissimo.

Erano sì altri tempi, ma i lavoratori, seppur vessati, erano comunque persone pensanti.

Fu così che nel luglio del 1875 alcuni lavoratori italiani lasciarono il fronte dello scavo senza autorizzazione facendo notare ai loro superiori che era impossibile continuare a lavorare in quelle condizioni.

Subito dopo questo episodio i lavoratori entrarono in sciopero per reclamare, fra le altre cose, un aumento salariale, turni di lavoro di sei ore e migliori condizioni di lavoro nel tunnel (pensate che con il loro misero stipendio dovevano anche comprarsi da soli l’olio per le lampade necessarie ad illuminare la propria zona di lavoro).

L’ing. Favre, titolare dell’impresa che si era aggiudicata i lavori, non poté aspettare che le cose si calmassero da sole perché aveva sottoscritto un contratto che prevedeva delle grandissime penali in caso di ritardo sulla consegna dei lavori (e questa abitudine di voler andare di fretta anche a discapito della sicurezza, in 150 anni, non è cambiata purtroppo).

Per farvi immergere nell’atmosfera “serena” che Favre aveva instaurato in quel cantiere, un suo dirigente, l’ingegner Ernst Der Stockalpe, rispose così ad una delegazione di operai che provarono a far sentire le proprie ragioni:

Avete ragione. Qui la vita è dura e probabilmente ingiusta. Chi non se la sente di continuare non ha che da andarsene. Passi dalla cassa e sarà liquidato. Chi, invece, desidera continuare a lavorare con noi, torni subito al suo posto. Subito”.

Non contento, Favre supplicò le autorità svizzere di mandare un contingente armato per porre fine allo sciopero, cosa che in effetti avvenne.

Una cinquantina di gendarmi armati arrivarono al cantiere accolti dalle proteste e dalle pietre degli scioperanti (qualcuno parlò anche della presenza di rivoltelle in mano agli operai, ma non ci sono conferme).

I gendarmi, usando una risposta del tutto sproporzionata, aprirono il fuoco sugli scioperanti e quattro di loro persero la vita.

Le vittime furono Costantino Doselli di Parma, Giovanni Merlo, Salvatore Villa e Giovanni Gotta tutti e tre di Torino.

Com’è facile intuire, la rivolta finì quel giorno stesso, molti italiani furono licenziati, altri scelsero volontariamente di tornare in patria, ma molti restarono perché avevano disperatamente bisogno di lavorare continuando ad accettare le disastrose condizioni descritte.(1)

La rivolta del Gottardo in una stampa dell’epoca

Alla fine dei lavori si conteranno quasi 200 infortuni mortali (secondo alcune fonti furono 177, secondo altre se ne contarono 199), mentre dati attendibili sugli infortuni con esito non mortale non ne ho trovati ma ad occhio e croce possiamo stimare che furono non meno di 100.000 fra i quali, sicuramente, diverse migliaia furono molto gravi.(2)

Sembra molto strano quello che sto per dirvi ma in assoluto non furono gli infortuni a causare il numero maggiore dei decessi fra i lavoratori.

Molti, moltissimi altri morirono per esposizione ad un “rischio biologico”.

Come detto, nel tunnel che si stava scavando non c’era acqua corrente per lavarsi (tantomeno acqua potabile), non c’era lo straccio di una latrina e, come se non bastasse, date le altissime temperature, si lavorava praticamente nudi (aumentando la superfice di contatto con agenti biologici) e quasi tutti i lavoratori erano scalzi.

Fate un ulteriore sforzo ed immaginate di passare ore e ore in un ambiente pericoloso e malsano come sopra descritto e adesso aggiungeteci la visione di voi stessi scalzi, seminudi ed immersi fino alle caviglie in acqua stagnante piena di feci e sporcizia di ogni genere.

Ecco ora avete il quadro completo.

Fatte tutte queste premesse, non vi stupirà sapere che ci fu un’epidemia davvero spaventosa di una malattia non inizialmente nota che venne definita come l’ “anemia del Gottardo“.

Il medico ispettore fece questo quadro:

Fra gli operai del Gottardo, s’è dunque manifestata una malattia speciale. Bisogna vederli questi malati. Sono sparuti, hanno il colorito gialliccio, la pelle madida, i lineamenti asciutti, le labbra bianche, gli occhi semispenti. Camminano in modo che facilmente si comprende che stentano a reggere sulle gambe il peso del corpo…Taluni paiono addirittura cadaveri ambulanti… La galleria del Gottardo è il loro inferno. Vi entrano per lasciarvi dopo poco tempo la vita.

Le proporzioni in cui si è sviluppato il morbo fra gli operai del Gottardo sono spaventevoli. Ho inteso da persone competenti esprimere queste cifre: dal 70 all’80 % di operai affetti; il 30 % di casi gravi.

Solo nel 1880 presso l’ospedale di Torino, il dottor Edoardo Bellarmino Perroncito scoprì che i minatori erano affetti da anchilostomiasi ovvero un’anemia causata da un parassita chiamato Ancylostoma duodenale.

Questo parassita, detta in maniera semplice, attraverso le feci della persona infetta depone le uova sul terreno le quali, in condizioni di umidità, buio e calore idonee (tre caratteristiche ben presenti nel tunnel), diventano larve che a loro volta possono entrare nel corpo del nuovo ospite attraverso tre vie.

Il passaggio può avvenire per via orale attraverso il cibo toccato da mani infette dalle larve che, per dimensioni risultano invisibili ad occhio umano e quindi ingerite, attraverso l’ acqua “potabile” contaminata o per contatto cutaneo (principalmente mani e piedi).

Una volta entrate nel flusso sanguigno le larve diventano vermi (fino a 15 mm di lunghezza) che si attaccano alle pareti dell’intestino iniziando a succhiare sangue; tutto questo fa sì che le persone si ammalino di un’anemia molto grave con esiti spesso fatali.

Quanti furono i morti fra i lavoratori del Gottardo per questa causa nessuno lo sa di preciso, ho letto stime che parlano di diecimila morti, certamente sappiamo che ci furono circa cinquemila ricoveri nel solo ospedale di Torino.

Qualunque sia la cifra esatta, fu una vera e propria strage.

La scoperta del dottor Perroncito aprì molti fronti di discussione sulle condizioni igieniche dei lavoratori impiegati nello scavo di tunnel e di miniere; queste disamine portarono, finalmente, anche ad azioni concrete.

E qui inizia un’altra storia.

Siamo ora nel 1898, a quindici anni dal termine dei lavori del Gottardo si iniziò lo scavo del traforo del Sempione.

Memori del precedente cantiere si adottarono imponenti migliorie.

Tanto per cominciare, fu progettato e messo in funzione un efficiente sistema di ventilazione (scavando addirittura una galleria parallela a questo scopo), venne predisposto il pompaggio costante dell’acqua ottenendo un abbassamento di 10 gradi centigradi della temperatura all’interno, venne messa a disposizione acqua corrente e potabile e vennero montate “latrine mobili” nel cantiere ed i lavoratori che non ne facevano uso venivano immediatamente licenziati.

Furono inoltre istallate docce con acqua calda ubicate in spogliatoi riscaldati per permettere agevolmente ai lavoratori di lavarsi e cambiarsi gli indumenti per poter tornare a casa in condizioni igieniche più che dignitose ed evitare il contagio di eventuali parassiti ai familiari.

I lavoratori vennero non solo adibiti a turni di lavoro di sei ore, ma anche dotati di calzature che, sebbene non antinfortunistiche, garantivano una protezione della cute dei piedi dalla quale, abbiamo letto sopra, il parassita incriminato può fare il suo trionfale ingresso nel corpo umano.

Anche fuori dal tunnel la vita degli oltre 25.000 operai che si alternarono negli anni venne drasticamente migliorata, furono preparati alloggi degni di questo nome che diventarono un vero villaggio per 8.000 persone con scuole, servizi igienici pubblici e un piccolo, ma efficiente ospedale nel quale furono garantite oltre 235.000 visite gratuite ai lavoratori e ai loro familiari.

Venne anche redatto un manuale informativo ad uso dei lavoratori contenente studi, osservazioni ed indicazioni igieniche per prevenire il ripetersi di epidemie come quella del Gottardo.

Alla fine del cantiere si contarono “solo” 63 infortuni mortali (contro i circa 200 del Gottardo)(3) e, almeno che si sappia, nessun caso di anchilostomiasi.

Enorme parte del merito di questo clamoroso successo spetta al dottor Giuseppe Volante (che di Perroncito fu allievo).

A soli 27 anni venne infatti scelto dall’impresa affidataria quale responsabile sanitario dei lavori sul lato sud dello scavo ubicato nella cittadina di Iselle al confine italo-svizzero.

Egli passò tutto il tempo dapprima a progettare, poi a realizzare ed infine a supervisionare sul corretto funzionamento di tutte queste migliorie.

Il dott. Volante non poteva saperlo, ma aveva a tutti gli effetti inventato la figura del “Medico Competente” oggi a noi noto; la medicina del lavoro segnò un punto di svolta, fu dimostrato che era possibile fare prevenzione (aerazione, latrine ecc.), protezione (calzature) ed anche informazione ai lavoratori (consegna del manuale informativo).

Il dott. Volante definì il suo operato come la “più umana delle vittorie”.

Copertina originale della pubblicazione finale del Dott. Giuseppe Volante
Credits: digitami.it la biblioteca digitale Comune di Milano

Nella mia attività professionale incontro ogni giorno datori di lavoro, dirigenti e lavoratori che, al netto degli obblighi di legge, si dimostrano più o meno sensibili a questi temi.

Quando posso, durante i miei corsi racconto loro questa storia che è la nostra storia, iniziata in una valle svizzera 150 anni fa, transitata attraverso lotte e conquiste come quella epocale del 1970 con la Legge 300, meglio nota come “Statuto dei Lavoratori” nella quale sono stati sanciti fondamentali diritti anche in tema di salute e sicurezza, fino ad arrivare ai decreti degli anni ’50 trasformatisi dapprima nel Decreto 626 ed infine nell’odierno Decreto 81, per gli amici: “Testo Unico” .

Molti lavoratori come quelli del Gottardo sono morti perché nessuno si prendeva minimamente interesse a loro e alle condizioni di lavoro; negli anni migliaia di persone sono scese in piazza per ottenere le giuste considerazioni anche in ambito di salute e sicurezza e per far sì che i lavoratori di oggi siano tutelati al meglio.

Il minimo che dobbiamo a tutti loro è fare ognuno la nostra parte e, dopo aver letto questo lungo racconto, capirete di più le mie paturnie quando vedo imprenditori che considerano ancora la sicurezza come un costo o lavoratori che danno tutto questo per scontato.
Alcuni, ad esempio, non utilizzano gli spogliatoi per lasciare gli indumenti da lavoro sporchi lontano da casa perché così “faccio prima a tornare”, altri non vogliono sottoporsi alle visite mediche perché “tanto non servono a niente” ed altri ancora che snobbano sdegnati le occasioni di formazione perché “tanto che cosa devo ancora imparare” e potrei continuare a lungo.

Non parliamo poi di quelli che non indossano le scarpe antinfortunistiche che sono state loro regolarmente consegnate perché “sono scomode” o “mi fanno sentire caldo ai piedi”;  in quei momenti penso con tenerezza mista a rabbia a Costantino, ai due Giovanni e a Salvatore che, prima che venissero uccisi, chissà cosa avrebbero dato per poterle avere ai loro piedi.

(1) All’epoca i lavoratori italiani venivano chiamati “regnicoli” in quanto provenienti dal Regno d’Italia; per tale motivo questa vicenda è anche nota come la “rivolta dei regnicoli”.

(2) È una stima dell’autore basata sul rapporto medio annuale fra infortuni mortali e non mortali che, nel 2022 è stato di circa 1:500. È pertanto molto probabile che sia una stima prudente che non ha comunque alcuna pretesa di essere statistica ma solo indicativa del fenomeno.

(3) Non ci sono dati ufficiali e univoci; non c’era infatti, come oggi, un sistema ben preciso e univoco di denuncia e registrazione degli infortuni sul lavoro. Per confermare questa incertezza, un’altra fonte parla di un totale di 21 morti, un’altra di oltre 70.

Bibliografia e Fonti
  • “Lavoratori tra le nuvole: aspetti tecnici e prevenzionali dei lavori in alta montagna” atti del convegno INAIL tenutosi a Courmayeur 18/12/2018 a cura di Sergio Iavicoli
  • Giuseppe Volante “condizioni igieniche e sanitarie dei lavori del Sempione” ed. Lampi di Stampa 2012
  • “Al Gottardo” di G.B. Arnaudo – articoli della Gazzetta Piemontese dal 3 all’8 marzo 1880

https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/042006/2007-01-09/

https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/017251/2005-12-06/

https://www.unia.ch/it/mondo-del-lavoro/da-a-z/dumping-salariale/attualita/articolo/a/17591

https://www.areaonline.ch/La-rivolta-dei-regnicoli-fra-le-polveri-del-Gottardo-cb293300

https://www.corriere.it/cultura/16_giugno_04/traforo-gottardo-tunnel-inaugurazione-galleria-1a4f969e-2a68-11e6-9c68-4645b6fa27fd.shtml

https://www.ticino.ch/it/about-us/ett-storico/anni-70/galleria-gottardo.html

https://www.comunelimonepiemonte.it/upload/informazioni/limonesi_illustri/gb_arnaudo/Al%20Gottardo.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Anchilostomiasi

https://albardelluvi.blog/2018/08/08/la-piu-umana-delle-vittorie-e-quella-che-vede-la-maggior-gioia-di-vite-fiorenti-il-caso-del-dottor-giuseppe-volante-1870-1936-esempio-di-competenza-professiona/

https://iltorinese.it/2015/08/25/volante-dottore-torinese-degli-operai-sempione/

https://iltorinese.it/2015/08/25/volante-dottore-torinese-degli-operai-sempione/

https://content.usi.ch/sites/default/files/storage/attachments/arc/arc-arc_ost_spazio_alpino_il_gottardo_i_villaggi_dei_tunnel_nella_regione_del_san_gottardo_1872_1882.pdf

https://statisticsanddata.org/it/data/aspettativa-vita-italia/

https://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2017/07/Zap18_9-Schegge3.pdf

http://www.digitami.it/opera.do;jsessionid=273C685C2444B9A55EEF844FA60BD518?operaId=235

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Manfredo Occhionero

Lavoro nel settore della sicurezza e salute nei luoghi di lavoro dal 1998. Sono RSPP, formatore, responsabile scientifico di progetti formativi e della piattaforma e-learning di Alpha Consulting. Facilitatore del metodo LEGO SERIOUSPLAY®, CHO, Lead auditor ISO 45001:2018 e disablity manager. Scout nel DNA, perito chimico quasi per caso, appassionato di football americano ma parigino di adozione.

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