Sono stato a Chernobyl, sì “quella” Chernobyl

Manfredo Occhionero

Ott 12, 2021 | Sicurezza sul lavoro | 7 commenti

Installazione all’ingresso dell’area di Pripjat, zona di alienazione di Chernobyl – Ucraina

Non ho alcuna velleità giornalistica, non so certo scrivere come un professionista e non ho neanche nessuna intenzione di divulgare scienza e informazioni sulle radiazioni nucleari.

Premesso ciò, questa esperienza ve la voglio comunque raccontare.

Chi fa il mio lavoro sa che l’incidente nucleare di Chernobyl è in tutti i libri che parlano di incidenti industriali, di risk management e capita spesso che sia citato anche in quelli di comunicazione, di leadership ecc.

Fu, semplicemente, il padre di tutti i disastri industriali; non c’è un solo quarantacinquenne che non sappia cosa sia stato l’incidente di Chernobyl e, da quando la HBO ha prodotto e diffuso la serie TV nel 2019, questo evento è conosciuto anche dai ragazzi più giovani.

Non starò quindi a raccontare tutti quelli che sono stati gli errori e gli eventi (anche geopolitici) che hanno portato, il 26 aprile del 1986, alla distruzione del reattore 4.

Sono informazioni facilmente reperibili.

Vi voglio invece informare che, come dice la rubrica della settimana enigmistica “forse non tutti sanno che”, il sito del più grave incidente nucleare della storia è visitabile.

Ci si arriva dall’Ucraina superando 3 check point distribuiti lungo la strada della “zona di alienazione”, un’area che si estende per circa 30 km dal lato ucraino e di 10 km dal lato bielorusso.

I visitatori sono ammessi solo se provenienti dall’Ucraina mentre le autorità bielorusse riservano l’accesso esclusivamente a scienziati e ricercatori, ci ha detto Tanya, la nostra guida.

Si parte da Kiev, la capitale che “prova ad essere una capitale europea ma ancora non ce l’ha fatta” (cit. Adelmo).

Io in realtà mi aspettavo anche di peggio, le capitali europee le ho viste praticamente tutte e Kiev inizia ad assomigliargli parecchio.

Ma non è di Kiev che voglio raccontarvi.

Dopo quasi due ore di auto, si arriva al primo check point dove i militari ucraini controllano il passaporto e registrano gli ingressi fornendo a tutti un dosimetro con un codice a barre del tutto simile per forma e dimensione ad una pen drive.

Questo dosimetro sarà poi verificato all’uscita e, nel caso in cui dovesse emergere un’esposizione superiore al previsto, boh… non ci voglio pensare.

Le autorità forniscono anche un contatore Geiger portatile impostato sulla lettura dei microsievert/ora*

Un microsievert è la millesima parte di un millisievert che è la millesima parte di un sievert.

Per semplificare: ci vogliono UN MILIONE di microsievert per fare UN sievert, una comune radiografia in ospedale espone a circa 1 millisievert.

Nota tratta da wikipedia:
*Il sievert (simbolo Sv, pronuncia svedese [ˈsiːvəʈ]), il cui nome deriva da quello dello scienziato svedese Rolf Sievert, è l’unità di misura SI (Sistema Internazionale) della dose equivalente e dose efficace di radiazione che sono misura degli effetti e del danno provocato dalla radiazione su un organismo. La dose equivalente ha le stesse dimensioni della dose assorbita, che si misura in gray (Gy), ovvero energia per unità di massa.

QUI trovate tutte le informazioni anche in merito a quanto è paragonabile un micro-sievert.

Dopo circa 20 minuti si arriva al secondo chek point dove nuovamente si viene controllati dalle autorità e, una volta passati, si entra ufficialmente nella zona di interdizione.

Da qui si possono raggiungere la città abbandonata di Pripjat (quella della serie TV), il sito della centrale nucleare, la città di Chernobyl e un’istallazione radar di cui onestamente non conoscevo assolutamente l’esistenza.

Nella zona non puoi mangiare, bere e fumare, non puoi sederti da nessuna parte e, naturalmente, non puoi portare a casa alcun souvenir fai da te.

Ve lo immaginate: “guarda amore ti ho portato un mattoncino radiativo da Chernobyl”.

Secondo check pointCartello ingresso zona di interdizione.

Terzo check pointCartello all’ingresso di Pripjat.

Iniziamo la visita da Pripjat.

Superato il terzo check point (che è poco più di una sbarra alzata ed abbassata da un annoiato militare) ti accorgi subito di essere dentro un film post-atomico, non lo stai vedendo sul tuo comodo divano, ma lo stai vivendo.

Cadrei nella banalità se dicessi che la sensazione che si prova nel girare fra vie, parchi gioco e supermercati all’abbandono è spiazzante, surreale o scioccante.

Non che non sia vero.

Ti rendi conto che la storia si scrive così, un evento alla volta e quello che successe qui 35 anni fa è già consegnato ai libri di storia da tempo.

Tanya ci mostra le foto che furono scattate prima del disastro, a Pripjat “la città del futuro”, così la pubblicizzava la propaganda sovietica con l’intenzione di attirare giovani abitanti che poi sarebbero stati impiegati alla centrale.

La nostra guida ci fa mettere nello stesso punto esatto in cui era piazzato l’obiettivo che scattò quelle foto e ci fa tornare indietro nel tempo.

Rifletto allora che dietro ai ruderi e una vegetazione che ormai sta dilagando, c’erano famiglie che portavano i figli a spasso con la carrozzina, che facevano spesa al supermercato o che andavano a divertirsi al luna park.

Pripjat – piazza principale
Pripjat – autoscontro

A Pripjat vivevano oltre 47.000 persone che vennero a lungo tenute all’oscuro di cosa in effetti stesse succedendo a tre chilometri di distanza.

Il 1° maggio del 1986 a Kiev fu celebrata la festa dei lavoratori come se nulla fosse successo cinque giorni prima, mentre a Pripjat il partito ebbe almeno la decenza di evitare i festeggiamenti tant’è che i manifesti e gli striscioni che si sarebbero dovuti usare quel giorno sono ancora in un magazzino.

Cartelli e striscioni preparati per la festa del 1 maggio 1986, mai utilizzati

Il contatore ci dice che in città siamo esposti a circa 1 microsievert/ora, praticamente 1 millesimo di quanto lo saremmo durante un’ipotetica radiografia di un’ora di durata (che in realtà dura pochissimi secondi, si fa solo per dare un riferimento da non prendere assolutamente come oro colato).

Tanya posiziona il contatore in due punti dove si sale fino a 50 microsievert, le guide conoscono bene tutta la mappatura dei punti della città in cui le radiazioni sono più presenti ed evitano accuratamente di condurci a camminare nei pressi.

Le guide sanno anche dove possono appoggiare per qualche istante il contatore per farlo suonare e illuminare come un alberello di Natale e lo fanno, abbiamo immaginato, a vantaggio del turista che può così immergersi meglio nel clima.

Per pranzo usciamo dalla zona di restrizione, non prima di essere transitati attraverso dei rilevatori fissi di radiazioni denominati “portali radiometrici” (una sorta di “scanner” aeroportuale) per verificare il non superamento di dosi limite di assorbimento.

Se dovessimo superarle, stavolta mi sono informato, dovremmo fare una doccia decontaminante e cambiare i vestiti.

Allo stesso tempo un addetto passa lungo tutto il perimetro del mezzo di trasporto con un altro contatore Geiger (uno di quelli indossati a tracolla che si vedono nei film) al fine di accertarsi di una eventuale contaminazione e, nel caso, provvedere al lavaggio del mezzo.

Arriviamo al ristorante a pochi chilometri di distanza dove il pranzo è preparato cucinando “carne e verdure non provenienti dalla zona di Chernobyl” ci tengono a sottolineare i proprietari.

Ci siamo, è arrivata l’ora di avvicinarsi al sito del reattore.

Ovviamente, si ripassa dal check point e si mostrano ancora biglietto di accesso e passaporto allo stesso agente di prima.

Si è vero, fa un po’ “altolà, chi siete? dove andate? sì, ma quanti siete? 1 fiorino”, ma questo prevede il protocollo.

Rilevazione dell’esposizione (micro-sievert/h) a circa 600 mt dal sarcofago

Il nostro autista si ferma a qualche centinaio di metri dal “sarcofago” un mostro di tecnologia istallato nel 2016 che terrà a bada le radiazioni per non so quanti anni salvo poi, ineluttabilmente, collassare tanto che è già prevista la costruzione di un sarcofago ancora più grande (si stima una durata di 80 anni per questo appena istallato, ma nessuno può dirlo con precisione).

Il problema è che a causa delle radiazioni nessuno potrà mai fare manutenzioni degne di questo nome all’intera struttura.

Qui la quantità dei microsievert rilevati è sovrapponibile a quella che abbiamo rilevato nella città di Pripjat.

Da questo punto si vedono i reattori 1,2 e 3 “liberi” ed è impossibile non notare il reattore 4 coperto dal sarcofago.

Qualche centinaio di metri distanti svettano ancora le gru che stavano costruendo i reattori 5 e 6 e la relativa torre di raffreddamento.

Inutile dire che questi reattori non sono stati neanche completati e quindi mai entrati in funzione.

Tutto è fermo dal 1986.

I reattori n. 5 e 6 mai terminati e, sulla destra, la torre di raffreddamento
Rilevazione dell’esposizione (micro-sievert/h) a 20 mt. dal sarcofago

Dopo pochi minuti di auto, siamo arrivati nel punto limite raggiungibile per chi fa tour come il nostro, siamo a circa 20 mt dal sarcofago e i microsievert sono 0,8.

Esatto, ci siamo avvicinati e lo strumento ha rilevato meno radiazioni rispetto alla città di Pripjat, ipotizzo che le misure di bonifica prima e contenimento poi, siano state molto efficaci.

Paradossalmente quindi, più ci si allontana dal sito e più l’inquinamento di fondo è predominante nella zona.

Tanya e i suoi colleghi (oltre alle autorità ucraine) tengono a sottolineare comunque che i livelli di radiazione misurabili con questo strumento nella zona di alienazione, sono più basse di quelle che si registrerebbero in una grande capitale come Londra.

Non sono un esperto, lo prendo per buono.

Il sarcofago è immenso e lascia davvero impressionati.

Lo hanno assemblato su un piazzale adiacente e poi lo hanno fatto scorrere su speciali binari fin sopra al vecchio sarcofago di cemento che fu “gettato” subito dopo l’incidente sul reattore esploso.

Mi domando chi lo abbia costruito e la risposta me la fornisce il “cartello di cantiere”: sono state due imprese francesi.

I lavori, iniziati nel 2012, furono finanziati da oltre 40 paesi ed impiegarono circa 1000 persone fra cui una ventina di operai e tecnici italiani.

Cartello di cantiere

E ora, a vedere il “picchio”.

A noi ascolani dici “picchio” e ci vengono in mente una maglia bianconera, Rozzi, Mazzone ecc.

No, non è “quel” picchio.

Il “picchio russo” così veniva chiamato dai radioamatori di tutto il mondo un misterioso segnale ciclico, tagliente e ben distinto che dal 1979 iniziarono ad ascoltare su una determinata frequenza.

il DUGA fotografato con “grandangolo”

Solo con il tempo la NATO scoprì che era un segnale di un radar antimissile intercontinentale che proveniva da un non meglio precisato punto fra le città di Chernobyl e Pripjat.

Il DUGA è un immenso sistema di antenne alto oltre 150 metri e lungo 700.

DUGA in russo vuol dire “arco” e non so assolutamente perchè fu chiamato così; forse fa più “guerra fredda” il nome in codice del sistema: 5H32.

Questo sito dava lavoro a 600 fra tecnici, manutentori e militari.

Essendo questa installazione militare posizionata in mezzo al nulla e poichè trattavasi di sito segreto, fu costruita appositamente una piccola cittadina che ospitava circa 3000 persone, proprio lì a fianco.

Sono ancora visitabili i ruderi di quelle che furono case, caserma dei vigili del fuoco e centrale termica.

L’intero sito del DUGA e la cittadina annessa, furono evacuate a seguito dell’incidente di Chernobyl, mi ha impressionato sapere che uno dei reattori della centrale era esclusivamente dedicato a fornire energia elettrica al DUGA.

Il tecnico della prevenzione che è in me, non ha potuto non notare come sarebbe stato facilissimo farsi male in mille modi avendo libero accesso a tutto, dall’imponente struttura metallica (in effetti frequentata da climber locali, con incidenti anche mortali già verificatisi), alle buche sui pavimenti della centrale di controllo, al libero accesso a case e costruzioni pericolanti.

Al termine del corridoio che corre sotto tutta l’istallazione c’è però un cartello di emergenza che resiste alle intemperie da 35 anni 😊

Sorrido pensando ai nostri “Decreto 81”, “alla 626” e sicuramente anche “al 547”.

In Italia e nella maggior parte dei paesi non sarebbe neanche immaginabile tenere aperto un sito ai turisti in simili condizioni.

DUGA – Corridoio delle sale controllo

La nostra visita si conclude nella città di Chernobyl evacuata anch’essa in fretta e furia.

All’epoca aveva quasi 13.000 abitanti mentre oggi, si stima, ci vivono circa 500 persone fra personale impiegato nella bonifica della centrale e civili.

Qui hanno costruito un memoriale per non far cadere nell’oblio tutti gli oltre cento villaggi che sono stati evacuati e abbandonati e c’è un’istallazione (chiamiamola artistica va), dalle sembianze di un angelo dell’apocalisse per ricordare a tutti che siamo a circa 15 km da Pripjat, la città che fu evacuata il 27 aprile del 1986 da un interminabile serpentone di 1100 autobus pieni di donne, uomini e bambini a cui dissero che si trattava solo di una “evacuazione temporanea”.

Ufficialmente non si sa quante furono le vittime del disastro, ci sono molte fonti disponibili in rete (es. OMS, Greenpeace ecc. oltre, ovviamente, a quelle governative) che dicono tutte cose diverse.

Una fra le ultime stime governative, parla di un milione di morti a tutto il 2010, dovuti alle radiazioni che si sprigionarono negli anni**, stime queste ritenute al ribasso da altre fonti.

**secondo il Center for Russian Environmental Policy di Mosca e l’Institute of Radiation Safety di Minsk, Bielorussia, pubblicato dalla New York Academy of Sciences-aprile 2010

Di certo l’incidente di Chernobyl è un tema ancora molto divisivo nella comunità internazionale ma la storia è scritta, dicevamo.

Nel congresso del partito comunista sovietico del febbraio 1986 si vollero imporre accelerazioni sulla produzione industriale e nucleare per colmare il divario tecnologico e produttivo con l’occidente.

Il 26 aprile 1986, durante un’esercitazione di sicurezza, esplose il reattore n. 4 della centrale di Chernobyl.

Ci si accorse che il nucleare, tanto bello non era.

E si trattò, tecnicamente parlando, di un incidente “civile” in cui venne disperso materiale radioattivo a causa di un collasso di una struttura, figurarsi cosa sarebbe potuto succedere con un’esplosione atomica vera e propria derivante da testate missilistiche (come se Hiroshima e Nagasaki non avessero già insegnato abbastanza).

Fu così che l’11 ottobre 1986 Gorbačëv incontrò Reagan per trattare la questione.

L’8 dicembre 1987 i due presidenti si incontrarono per firmare il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) per lo smantellamento dei missili.

Non è finita, secondo alcuni analisti infatti, l’incidente di Chernobyl funse da catalizzatore nella caduta dell’Unione Sovietica che arrivò, in effetti, nel 1991.

Dal 1986 si sono aperti molti fronti di discussione sul sistema di produzione di energia partendo dal nucleare e l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima del 2011, altro unico evento classificato al massimo livello della scala INES (un’apposita scala di danno radiologico e nucleare), non ha certo contribuito alla causa dei sostenitori del nucleare.

Argomenti complessi di cui si è a lungo discusso anche da noi in Italia.

Su questo tema “nucleare SI / nucleare NO” non ho un’opinione ben definita e resto convinto che queste decisioni spettino ai governi e non al cittadino comune che nulla sa e nulla può sapere di esigenze e politiche energetiche e tantomeno di rischi e benefici di avere in Italia una centrale nucleare.

Di certo Chernobyl e Pripjat fra molti e molti anni saranno ancora nei libri di storia come moderne Ercolano e Pompei.

Primo check point – Cartello all’ingresso della zona di alienazione.

PS: visitare la zona di alienazione di Chernobyl è un’esperienza da fare, è un viaggio da fare.
Il mio consiglio è di affidarsi a professionisti dei viaggi che possano pensare a tutto dai documenti e le assicurazioni necessarie per entrare in Ucraina ai trasferimenti da e per Chernobyl oltre a tutti i permessi necessari per la visita.

Tenete presente che per chi non legge il cirillico, possono presentarsi grandi difficoltà non solo di comprensione di testi e avvisi, ma anche linguistiche dato che poche persone parlano in inglese

Ci sono tour operator che organizzano periodicamente questa visita con accompagnatore direttamente dall’Italia.

Io ho viaggiato con HTS travel agency e tour operator.

Per info: www.htsviaggi.it

PPS: un enorme “grazie” al mio amico, l’ing. Fabrizio D’Aluisio, per avermi dato le basilari informazioni relative alla radioattività necessarie a capire cosa stessi misurando a Chernobyl, io che sono al massimo tarato per misurare i decibel.

<a href="https://www.alphaconsulting.it/author/manfredo-occhionero/" target="_self">Manfredo Occhionero</a>

Manfredo Occhionero

Nel settore della Sicurezza e Salute nei luoghi di lavoro dal 1998. RSPP, Coordinatore per la sicurezza, formatore, sviluppatore e responsabile scientifico di progetti formativi e-learning. Scout nel DNA e perito chimico, grande appassionato di football americano e un viaggiatore compulsivo.

7 Commenti

  1. Roberto Maria Trisciani

    Interessante e toccante. Non facilmente commentabile, ma chiaro molto chiaro ed esaustivo. Grazie Manfredo.

    Rispondi
  2. Ing. Luca Mangiapane (Parma)

    Dott. Occhionero grazie per questo splendido diario di viaggio. La sua rara capacità narrativa mi ha riportato alla mente un particolare periodo della mia vita, segnato in modo indelebile proprio dal disastro di Chernobyl. In quell’anno stavo decidendo del mio futuro e che da sempre vedevo come ingegnere nucleare a progettare o a dirigere una centrale nucleare. Il dibattito e il referendum che ne seguì cancellò i miei sogni di bambino facendomi prendere una strada diversa.

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    • Luigi De Rosa

      Grazie Manfrone per aver condiviso questa forte esperienza.

      Rispondi
  3. Gianluca Mastroianni

    Bellissimo resoconto, le foto ancora di più. Me lo avevi anticipato che forse saresti andato. Grande, le prossime tigelle perà magari le mangiamo nel 2022 😉

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    • Manfredo Occhionero

      🙂 facciamoci a fidare insomma!

      Un abbraccio radioattivo a te Gianluca

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  4. Michele Gnech

    Diario di viaggio stupendo, per un momento mi è sembrato di essere lì vicino a te. Grazie Manfredo

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  5. Tina

    Grande Manfredo per aver condiviso la tua esperienza.
    Be che dire….. dovremmo riflettere molto, l’ambiente in cui viviamo è la nostra vita è quella di qualcun altro dopo di noi. Speriamo di riuscire ad unirci tutti nella lotta al miglioramento climatico.

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