Mi chiamo Gianni, ho 19 anni e abito in questa città.

Come tutti i ragazzi, aspetto con ansia la primavera che sta per arrivare e che mi prenderà per mano accompagnandomi all’estate, la stagione della giovinezza e della gioia.

Oggi non piove, ma è una giornata ancora freddina e sono qui con altri due ragazzi: Massimo e Paolo.

Paolo non mi dà molta confidenza, mentre Massimo mi ha raccontato che ha passato un brutto periodo e ha accolto con entusiasmo questo lavoro: sta cercando di ritrovare la sua strada dopo una brutta storia che lo ha portato alla tossicodipendenza.

Ci aspettano al cantiere.

Ci hanno detto che faremo i “picchettini”: non so cosa significhi, ieri mi sono informato ma non è che ho capito granchè, so soltanto che in questo posto si lavora sodo, scomodi e al freddo e così, siamo tutti e tre belli bardati e pronti al nostro primo giorno di lavoro.

Certamente non è il lavoro dei sogni e non è quello che voglio fare per tutta la vita, ma da qualche parte devo anche iniziare, è il 1987 e di questi tempi un lavoro non si rifiuta mai.

Se devo essere sincero con me stesso, sono un po’ preoccupato: ieri ho parlato con un mio amico che si è licenziato da qui qualche giorno fa perchè non ce la faceva neanche a respirare in questo posto tancto che ha addirittura avuto problemi respiratori e il dottore gli ha dato qualche giorno di malattia.

Mi ha raccontato che fin da subito, già la prima volta che ha respirato quei fumi, si è sentito morire ed è scappato fuori dalla stiva insieme a Mosad, un ragazzo egiziano.

Mosad ora è qui con me; è un ex marinaio e mi ha detto che se n’è andato dall’Egitto perchè lì avrebbe dovuto fare il venditore ambulante di tappeti e lui non ne aveva voglia.

Mosad mi presenta ai colleghi: certi non mi degnano neanche di un saluto e per questo non so nemmeno come si chiamino.

Scambio due parole con Filippo, un operaio in cassa integrazione: la sua ditta, qui vicino, ha chiuso e ora cerca di fare del suo meglio per campare.

Domenico invece è di poche parole, Mosad mi ha detto che ha perso tre fratelli, morti tutti e tre in incidenti drammatici, quasi da non crederci; prendo un appunto mentale e mi riprometto di non chiedergli nulla in merito, non saprei cosa dirgli.

Vincenzo invece viene dalla Sicilia, mi sembra sereno e capisco anche il perché: mi ha detto che fra qualche mese andrà in pensione e, finalmente, insieme alla moglie, dopo tanti sacrifici, farà qualche viaggetto che sogna da tempo. Mi ha detto anche che oggi, 13 marzo, è li per sostituire un collega.

L’ultimo ragazzo con cui riesco a scambiare due parole prima di iniziare il turno è Marcello, emigrato dalla provincia di Lecce alla ricerca di un lavoro, si alza alle 5 e lavora fino alle 22; vive da solo in una stanza in affitto presso una famiglia della città.

Con gli altri colleghi che lavoreranno con me ho fatto in tempo appena a scambiare un veloce saluto e a conoscere i nomi: Alessandro, Massimo, Marco, Onofrio e Antonio, spero di non dimenticarli subito, coi nomi non vado forte a memoria.

In quel cantiere non siamo andati a costruire case, ponti o altro: è un cantiere navale nel porto di Ravenna.

Il compito che mi aspetta è molto duro, lo so, ma il lavoro non mi spaventa.

Mi danno un secchiello, una paletta, un raschietto, alcuni strofinacci ed entro nella stiva della nave.

Prima di sparire dalla luce di questo pallido sole, riesco a leggere anche il nome della nave “Motonave Elisabetta Montanari“.

Chissà chi è questa “Elisabetta Montanari”: deve essere una persona importante per dedicarle una nave così grande.

Certo non è una nave da crociera e si vede: è una nave gasiera nella quale per trent’anni hanno trasportato GPL liquefatto e che ora ha urgente bisogno di manutenzione.

Boh, forse non è proprio famosa questa Elisabetta, alzo spalluce e inizio a scendere nella pancia della nave.

Mentre scendo queste scalette ripide ed entro in questo labirinto stretto, mi viene in mente che avremmo bisogno di istruzioni, di qualcuno che perda 10 minuti a spiegarci come si dovrebbe lavorare e magari anche come cavarcela nel caso succeda qualcosa.

Non dico nulla, nessuno dei miei colleghi dice nulla, siamo qui per lavorare ed io non voglio passare per rompiscatole, in fin dei conti è il mio primo giorno di lavoro.

Mi torna alla memoria una dichiarazione del titolare del cantiere letta qualche giorno fa che mi aveva lasciato un pò perplesso:

“Nei miei cantieri il sindacato non è entrato. Ho sempre fatto trattative personali. La tutela? Sono convinto che chi vale, chi sa lavorare, sa tutelarsi da solo. Per la mia attività ho bisogno di gente elastica, disponibile a fare lo straordinario senza troppe storie. Paghiamo penali enormi per i ritardi delle consegne”

Io sono abbastanza certo di “valere”, non so ancora “lavorare” ma spero tanto di riuscire a “tutelarmi da solo”.

Ci fanno scendere fin nel doppio fondo della nave, un’intercapedine di circa 90 cm, buia e non arieggiata, dove saremo addetti alla rimozione di sporcizie ed incrostazioni. Mi hanno avvertito che i turni di lavoro durano 10, a volte anche 12 ore: speriamo siano 10 che io tutto questo tempo qua dentro, sdraiato e senza aria, non voglio starci. Il sabato invece i turni sono di 8 ore e alla domenica solo di 5.

Sorrido: ma sì, meglio prenderla a ridere va.

Sono già due ore che sto qua dentro, ma sembrano esserne passate duecento.

Sento puzza di qualcosa che brucia: non sono le sigarette dei colleghi e non mi sembra neanche il fumo di qualche lavorazione.

Dal piano di sopra si sentono strilla e frasi concitate che non riesco bene a capire.

Sono qui, solo, al buio, senza istruzioni, non so che fare, sento che la testa mi scoppia, mi manca l’aria.

Inizio a cercare la piccola botola dalla quale sono entrato, sento colpi di martello sulle pareti delle intercapedini e i colleghi che strillano alla ricerca di aiuto.

Vorrei fare qualcosa, ma non riesco più a muovermi, non trovo la botola, non trovo le scalette, non trovo nessuno.

I minuti passano, sembrano anni, continuo a cercare la botola, una via di fuga, qualcosa che mi faccia riaccendere la speranza. 

Sento le sirene, arriva la cavalleria, sono i vigili del fuoco. 

Spero riescano ad aiutarmi, non ce la faccio più.

Ora sono qui: riposo in uno spazio calmo indefinito, non sento più urla, non sento più odori acri, c’è tanto silenzio.

Ho scoperto che cosa è successo: c’è stato un incendio causato dalle alte temperature di saldatura e dell’olio minerale ha preso fuoco.

A catena, l’incendio si è diffuso al materiale isolante presente sotto in stiva.

Nessuno ha potuto spegnere le fiamme perchè di estintori, neanche a parlarne.

Ho saputo che i due colleghi che erano lì al momento dell’innesco dell’incendio hanno tentato di spegnere il fuoco con le mani proteggendosi con i guanti ma poi sono dovuti scappare.

Pensate che alcuni dell’azienda per la quale stavo lavorando sono corsi via senza nemmeno cercare di aiutarmi, non hanno aspettato neanche i soccorsi. si sono fiondati a casa mia e di qualche altro collega a chiedere ai nostri genitori i libretti di lavoro: erano preoccupati più delle multe dell’ispettorato del lavoro che di come ce la passassimo noi dentro quella nave maledetta. 

Leggo parole complicate sui giornali che non capisco bene: acido cianidrico, edema polmonare… boh.

Io so solo che la mia amata primavera quest’anno non arriverà o magari… è arrivata per sempre.

Sono passati tre giorni e siamo qui in questa bellissima chiesa, nel duomo della mia città. 

Siamo qui, uno vicino all’altro, tutti e 13.

Ci sono lacrime, c’è rabbia, c’è senso di vuoto.

C’è il Vescovo che dice qualcosa a cui non avevo pensato: 

“Fossero andati i genitori a visitare quei cunicoli avrebbero detto: “Eh no, figlio mio! Meglio povero, ma con noi!”

Avrebbero avvertito l’umiliazione spaventosa, la disumana umiliazione. 

Un ragazzo di 17-18 anni che è costretto a passare dieci ore in cunicoli dove – posso dire la parola? Non vorrei scandalizzare – dove possono vivere e camminare solo i topi! Uomini e topi! “

C’è stato anche un grande corteo per la città, fatto da studenti, operai, madri, padri… gente che era lì per ricordarci.

In capo al corteo un solo striscione con due parole semplici, semplici: ” MAI PIU’ “

Ecco, la mia certezza è che dopo la nostra tragedia nessuno dovrà MAI PIU’ leggere una storia simile: siamo nel 1987, mica in un’epoca oscura.

Le cose cambieranno.

Questo racconto è liberamente ispirato alla storia di Gianni e degli altri 12 lavoratori che persero la vita il 13 marzo del 1987 dentro la motonave Elisabetta Montanari, nel cantiere Mecnavi a Ravenna.

A loro e alle loro famiglie, la mia promessa: ce la metterò tutta.

In memoria di

  • Filippo Argnani, 40 anni;
  • Marcello Cacciatore, 23 anni
  • Alessandro Centioni, 21 anni
  • Gianni Cortini, 19 anni, al primo giorno di lavoro;
  • Massimo Foschi, 36 anni
  • Marco Gaudenzi, 18 anni
  • Domenico Lapolla, 25 anni
  • Mosad Mohamed Abdel Hady, 36 anni
  • Vincenzo Padua, 60 anni
  • Onofrio Piegari, 29 anni
  • Massimo Romeo, 24 anni, al primo giorno di lavoro;
  • Antonio Sansovini, 29 anni;
  • Paolo Seconi, 24 anni, al primo giorno di lavoro.

Fonti e credits foto:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/pls/cci_dioc_new/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=39732

https://www.ilmeteo.it/portale/archivio-meteo/Ravenna/1987/Marzo/13

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/03/15/storia-di-una-tragedia-annunciata.html

https://www.stampalibera.it/2008/05/01/1-maggio-ravenna-ventanni-dopo/

http://ravennalamiacitta.blogspot.com/2014/03/la-tragedia-della-mecnavi-era-la.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_della_motonave_Elisabetta_Montanari