Il mio amico Marzio Marigo è uno che ne ha viste, sentite e lette tante durante la sua apprezzatissima esperienza lavorativa.

Qualche giorno fa sul suo blog ha scritto un articolo che mi ha colpito per la sua semplicità e mi ha fatto pensare: “questo articolo lo avrei voluto scrivere io”.

Con il suo consenso (e per questo gli sono molto grato), ne ho fatto un estratto rimandandovi qui per una lettura dell’articolo completo.

Essere in condizioni di “sicurezza” significa essere esposti a condizioni di rischio accettabile dove, con “accettabile”, non si intende “nullo”.

Come annullare il rischio? Spieghiamoci con un esempio: l’unico modo per annullare il rischio di cadere dalle scale, scendendole, è evitare di utilizzarle. Si rimane chiusi in casa, si evita di uscire dal proprio appartamento per l’intera vita e così si azzera il rischio di caduta dalle scale. Attenzione, però. Rimanendo chiusi in casa si aumenta l’esposizione ad altri fattori di rischio. La “casa dolce casa” è imbottita di rischi, palesi ed occulti. Almeno 8.400 decessi all’anno si verificano, infatti, tra le quattro mura domestiche.

Un altro esempio?

Come annullare il rischio di incidente stradale? Risposta: non si deve utilizzare l’auto, il motorino, la bicicletta e si deve evitare di andare pure a piedi, dato che esiste una probabilità non nulla di essere investiti (612 decessi di pedoni nel 2018).

Viviamo in un mondo interconnesso, in una società del rischio siamo immersi nei rischi.

Nel 2018 hanno perso la vita 3.325 persone in incidenti stradali. Per raffigurarsi l’enormità di tale fenomeno immaginiamo che, proprio in quell’anno, siano caduti al suolo una ventina di aeroplani di linea della tratta Roma-Milano. Roma e Milano distano, in linea d’aria, 480 km. Quindi un aereo ogni 25 km.

Continuiamo? Il 46% di tutti i decessi per tumore in Italia (circa 80.000 nel 2012) sono riconducibili a fattori di rischio potenzialmente modificabili. Il fumo, per esempio, causa da solo 41.000 decessi/anno nel nostro paese. Altri 200 aeroplani di linea dei quali 160 carichi di uomini e 40 di donne.

Ora, la sensazione è che questi numeri, questa enorme enormità di cause e concause di decesso, sia data per scontata da molti tra noi. In modo cosciente o no. Il rischio, peraltro, è soggetto a “desensibilizzazione”. Più ne siamo esposti meno ne percepiamo l’entità.

Pian piano diventiamo ciechi alle sue potenziali conseguenze.

Al contrario pare assodato che i rischi emergenti e/o nuovi vengano molto sovrastimati e ci facciano molta paura. E questo nonostante la continua e quotidiana esposizione a rischi molto più preoccupanti.

A questo proposito, grazie anche al clamore mediatico di queste ultime settimane, sembra che il Corona Virus sia diventato l’unico fattore di rischio per l’intera popolazione italiana.

Certamente i numeri che si leggono non sono rassicuranti, non fosse altro perché esiste uno strato della nostra popolazione, quella più anziana e magari già affetta da altre patologie, estremamente vulnerabile alle conseguenze di questa nuova malattia. Le autorità competenti stanno lavorando alla cosa.

Diamo loro fiducia.

Teniamo in conto che i decisori pubblici stanno operando in condizioni di “incertezza”: il profilo e la distribuzione delle probabilità di accadimento di questo nuovo rischio non sono infatti note con precisione. Così come non si conoscono le retroazioni alla diffusione dell’infezione. Pare non esistano ancora statistiche affidabili sul fenomeno “Corona Virus” diffuso nel corpaccione dell’occidente avanzato

Posso solo immaginare cosa voglia significare prendere decisioni in queste condizioni.

Detto questo ci si chiede, però, quale sia la vera ragione dell’isteria che si è instillata nella testa di una grossa parte della popolazione: alberghi e treni deserti, supermercati svuotati, detergenti disinfettanti e mascherine esaurite in farmacia, presidenti di regione che mettono in quarantena scolaresche rientrate dalle gite(!).

Sembra la sceneggiatura di un film distopico. Una cosa tipo “Apocalisse Zombie”. Senza gli Zombie.

Il problema, oltre a quanto descritto in precedenza, credo sia connesso al fatto che, per maggior parte della popolazione:

  • il rischio è “o tutto o niente”;
  • il rischio zero esiste;
  • si sopravvalutano le cause di morte di eventi poco probabili e, al contrario, si sottovalutano gli accadimenti più frequenti e presenti nella vita di ciascuno di noi.

Un’autorevole risposta al problema, così ben descritto da Marzio, ve la faccio dare direttamente dal dott. Kahneman che ha a lungo studiato gli inganni della percezione.

“Visitai Israele parecchie volte nel periodo in cui i kamikaze si facevano esplodere sugli autobus con una certa frequenza, anche se naturalmente tali eventi erano assai rari in termini assoluti. Tra il dicembre 2001 e il settembre 2004, vi furono in tutto 23 attentati kamikaze che causarono un totale di 236 morti. All’epoca, gli utenti che salivano sugli autobus ogni giorno, in Israele, erano circa 1,3 milioni.

Per qualsiasi viaggiatore i rischi erano minimi, ma non era così che l’opinione pubblica li percepiva. La gente evitava il più possibile gli autobus e molti passeggeri, quando salivano sui mezzi, scrutavano in continuazione e con ansia i loro vicini per vedere se avevano pacchi o abiti voluminosi che potevano nascondere una bomba.

Non ebbi molte occasioni di viaggiare in autobus, dato che guidavo un’auto a noleggio, ma mi sentii mortificato quando scoprii che anche il mio comportamento era stato influenzato dalla paura.

Mi resi conto che non mi piaceva fermarmi vicino a un autobus quando il semaforo era rosso e che mi allontanavo più in fretta del solito quando veniva il verde. Mi vergognavo di me stesso, perché naturalmente sapevo che non aveva senso comportarsi così. Sapevo che il rischio era davvero trascurabile e che agire in quel modo equivaleva ad assegnare un «peso decisionale» inusitatamente alto a una probabilità infinitesima.

Di fatto, c’erano più probabilità che rimanessi ferito in un incidente stradale che fermandomi vicino a un autobus.

Ma il mio stare alla larga dagli autobus non era motivato dalla preoccupazione razionale per la sopravvivenza. Ciò che mi spingeva ad agire così era l’esperienza del momento: stare vicino a un autobus mi faceva pensare alle bombe e quel pensiero era spiacevole. Evitavo gli autobus perché volevo pensare a qualcos’altro. La mia esperienza illustra come funziona il terrorismo e perché sia così efficace: induce una cascata di disponibilità. Un’immagine estremamente vivida di morte e distruzione, rafforzata di continuo dall’attenzione dei media e dalle frequenti conversazioni, diventa altamente accessibile, specie se è associata con una situazione specifica, come la vista di un autobus.”

(Daniel Kahneman. Pensieri lenti e veloci )

Questo è il principale motivo per il quale perdiamo completamente la razionalità nel pensare ad una probabilità di rischio.

Da quasi un mese siamo bombardati ogni istante e da ogni parte con dati, racconti, foto, video e percentuali che rendono la “disponibilità” del “rischio Corona virus” resistente (e vincente) nei confronti di ogni approccio razionale.

Senza troppi indugi né giri di parole: il problema è reale e nessuno vuole minimizzarlo o sottrarsi dal proprio dovere civico.
Abbiamo bene appreso quali siano le misure di prevenzione e di protezione da adottare in ogni momento della giornata e sono certo che tutti faremo la nostra parte.

E’ altrettanto vero che dobbiamo comunque resistere alla paura e al terrore ingiustificato: rischiamo davvero di lasciare dietro di noi danni ingentissimi quando tutto questo sarà passato (perché passerà di sicuro).

Abbiamo ancora un sacco di aerei da prendere, di cene con gli amici da organizzare e di progetti magnifici da portare avanti.

Prudenza si, paura no!